Arte moderna

L’aereo centra pieno il treno, scene di panico.

Il ragazzo era saltato giù dal finestrino sulla pensilina di cemento e catrame e cominciato a correre lungo la striscia gialla dall’altra parte. Scene di panico, questa volta rumoroso.

L’aereo ha centrato la porta del vagone, dritto dall’altra parte voleva uscire, ma una strana concomitanza di leggi fisiche lo aveva incastrato tra gli stipiti e appoggiato alla pensilina: un capolavoro dell’arte moderna.

Anche i colori della campagna e le macchine e l’uomo che prendeva il caffè, avevano osservato lo straordinario balletto d’acciaio, il gol segnato dalla macchina volante, dal pilota capocannoniere: l’urlo della folla dopo lo schianto.

Scene di panico silenzioso e il ragazzo vede l’aereo che plana e più avanti placido atterra. E le valige da una parte e gli uomini da un’altra a cercare amanti lavori fotografie casa: ma questo no, non lo vede.

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15 RIPRESE

ANTEFATTO 

…here comes the story of an hurrycane…

PROLOGO

La rivoluzione sta per cominciare
La rivoluzione è un sorriso
La rivoluzione non ha peso
La rivoluzione fa male
La rivoluzione finisce
La rivoluzione è molto bella
La rivoluzione alle 5 del mattino
La rivoluzione scrivendo al buio
La rivoluzione è omicida
La rivoluzione non sta troppo a guardare
La rivoluzione è suicida
La rivoluzione non è un’idea
La rivoluzione basta con le metafore
La rivoluzione è un muro da abbattere
La rivoluzione wiederaufbaumauer
La rivoluzione è un muro da ricostruire
La rivoluzione è pace
La rivoluzione non fa prigionieri.

BOTTEGHINO

E’ tempo di girare le tasche
spremere le mani affondo
la ragazzetta dietro il vetro attende
apre lo sportellino come una patta
porge lo stesso veleno:
il tagliandino di cartone
navicella delle speranze
è moneta.
O vittoria di un altro.

SPOGLIATOIO 

Nessuno ha visto
la profondità del cuore
nessuno ha ascoltato
la profondità del respiro
l’abisso del tuo respiro e
nessuno ha tenuto gli occhi aperti.
Mani agili stanno scaldando il mio corpo.
Mi stanno preparando a te,
a te che distruggerai me.
Lo vedi come è strano questo spogliatoio
del tutto simile al tuo.
Le fasce pulite,
i nostri guantoni appesi.
Desideriamo distruggerci.
Ecco tutto.
Come riprodurci.
Scrivi questo
non la radiografia dei movimenti,
del “crochet”,
è francese amore
la noble art.
La guerra poi ha cambiato tutto
e gli uomini e le donne
e le case e i giardini fuori dalle case
e il modo di correre e quello di parlare
e le strade e l’acciaio delle città.
Niente è rimasto uguale.
Dopo non è importante.
Semplicemente non è.
Le ossa tremano
quando ti inchiodano alla croce
il silenzio del minareto non basta
la carne deve farsi spirito,
così com’è non è forte abbastanza.

PESO

Nudo al peso osceno
nessun pensiero
una macchina verticale
solo pelle ossa fibra
e l’idea che tiene tutto insieme
si chiama uomo.

15 RIPRESE 

I

Il mio fegato è campione del mondo
Alza la cintura sopra la testa e sorride
Non è difficile
Con quei pochi denti che gli sono rimasti.

II

Ho paura di non sentire
ho paura di non sentire il colpo
la botta secca alla mascella
il montante che spazza via il limiti
sfuma i contorni
sblocca la vita dal torpore
delle luci fredde
delle braccia sudate
delle tensioni convulse
nel pagare per guardare.
Non sentire io
il roboante impatto, la testa piegata
come un petalo,
la schiena finalmente distesa.
Non contare ancora preziosi respiri io.
Il montante che spazza via i limiti
sfuma i contorni
sblocca la vita
e la masticazione.

 III

Una cicatrice lunga un metro,
sul collo.
Non mi fermo a parlare
se non mi guardi negli occhi.
Ho il collo compresso,
il sangue in gola,
non si deve vedere.

IV

La bellezza di un gesto non pensato
un dio feroce ngli occhi
la combinazione arriva al bersaglio
una serie a due mani.
La pelle la carne il respiro.
Ho paura del sangue
quando ronza nelle tempie,
è vita.
Forse non sono all’altezza
della punizione.

V

Il colpo necessario
prima di tutto
prima di me
puoi venire avanti
colpire
siamo qui per questo,
per silenzi e attese.

VI

Queste luci dall’alto,
quante sigarette donne bicchieri,
rimango mortale
qui sotto i colpi
i lacci sfregati negli occhi
sono solo un modo,
ti prego,
per non farmi vedere il nuovo
indirizzo di ogni giorno,
sotto queste luci
dall’alto.

VII

Ogni volta lo stesso:
alcool droga
masturbazione
assoluzione sicura.
La vera emozione
Dio o qualcuno,
alla prova del peso
tutto è perdonato.

IIX

Qualsiasi cosa
e che duri un attimo
un solo attimo,
il resto puzza di religione.

IX

Oppure qualsiasi cosa
e che non abbia mai fine,
sia rovinosa disfatta
resa incondizionata.

X

Così amore, avanti così!
Ancora spingiti, inserisciti!
Qualsiasi cosa
e per una volta uccidimi.
Dopo potrei spaccare tutto.

XI

Sono pronto a baciare il tappeto,
ho gli occhi chiusi,
a sognare ancora
questo tuo saluto di distruzione.

XII

Le tue emozioni non hanno il sorriso del boia,
il sorriso sadico del boia.
La tua vera emozione.
Non è adatta alla scure.
Non ne ha l’educazione,
al colpo inferto.
Quella pietosa certezza del taglio netto,
una lama affilata,
in qualche modo pulita.
La conoscenza del nervo preciso,
dell’arteria infallibile.
Invece
nemmeno lo sforzo di far colare il sangue
via
prima che puzzi.

XIII

Una qualsiasi parte del tuo corpo
da sola potrebbe sterminarmi.
Eliminare la stessa idea di me. 

XIV

L’incontro è nei termini della decenza.
Nessun regalo prima del limite.
Nessuno sconto.
Presa regolamentare al collo
fiato sulla faccia
avambracci stretti alle clavicole
ventre su ventre
muscoli tesi attorno ai fianchi
due movimenti fondamentali
colpire dritto muoversi in cerchio
stare vicini aderire
aderire dolcemente
mai nessun regalo
solo quadricipiti e adduttori
tutto insieme l’organismo si stringe
l’inadeguata violenza delle carezze
calde sul seno le mani strette
nessuna spugna tirata in furia
la punizione è meritata
i denti affilati sulla pelle
le tibie affilate sulla cintura.
Ti amo.
Picchia forte. 

XV

Quando sei passata sotto di me
ho lucidato i tuoi passi.
Non ricordo altro.

COMUNICATO STAMPA

 Avrei dovuto amare tutto,
avrei dovuto amarle tutte,
credere fino in fondo
a tutte quelle cazzate.

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PUNTEGGIATURA

Mi piacerebbe sì
scrivere un codice segreto
nascosto nelle iniziali dei versi
unendo le lettere però
mancherebbe il segno diacritico
PORCA TROIA!
l’interpunzione
il punto esclamativo
insomma
per chi ha bisogno di sentirselo dire
perché niente inizia mai
con una dichiarazione d’intenti
se volete
quindi
il mio essere manifesto
se volete
esser presi per mano
sappiate che non si può
esclamare qualcosa
prima di averlo detto.

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NUOVA AMICA.

“Non c’è bisogno che ti sforzi di dire
qualcosa d’intelligente.”

Capisco.
In questa sala da ballo
l’ormone maschile che hai intorno
ti ha dato alla testa.

“Va tutto bene, tranquilla,
non vorrei sprecare fiato.”

Ma lo tengo per me:
non voglio uscire dai rilievi dei divani
abbagliarti di insopportabile luce.
Tengo per me il desiderio di essere altrove
a parlare dei fenomeni antropologici moderni
che spingono il maschio
più giovane
a non metterti le mani addosso.

Io non ne ho colpa.

E incolpevole torno al bicchiere, alla sfida tra me e la mia
ombra precaria
senza un contratto
con il mare dei demoni
in divisa da festa.
E mi chiedo perché
non ti ho chiesto:

Di

che

segno

sei?

Leggiamo sempre bene
il quesito
capiamo sempre bene dove
ha inizio l’inquisizione.
Perché le risposte sono sempre le stesse
e non vorrei sorprenderti più
dell’apparire meccanico il dopocena.

E qualcuno un giorno ti farà la festa
per andare a raccontarlo
in giro. E lui sì, di sicuro,
avrà qualcosa di intelligente
da dire.

Del resto il bar è pieno
e devo guardarmi dentro
per non mettermi a ridere
di tutta la sicurezza
la droga e la gelatina
che mi insegnano a rimanere
seduto, qui, nel chiuso
dei legami sociali,
con la licenza di vendere alcolici
e il permesso di starsi sulle palle,
senza rancore o retorica.

Una mia amica un giorno
si svegliò e camera sua
non era più ordinata di una piazza dopo un concerto
eppure tutto era nella sua testa,
l’ordine, il disordine e il concerto.
L’ordine, il disordine e il concerto.
E tutto questo è rimasto dentro
anche a me, che non so ancora il tuo nome
e, ignorante, taccio.
Non chiedo se non:

– Un altro!

Una domanda, un’esclamazione:
esclamo, come un fumetto,
la mia sconfitta. Ignorante
torno al bancone,
al fine duello in punta di lama
tra me e la mia solita ombra
appiccicata al ricordo:

– Si beve per ricordare sai?

Che gran cazzone che eri
quando schermavi due ore
allo specchio
e le risa brillanti uscivano
da un paio di gambe
poggiate al letto.

Ma adesso hanno inventato
la cura, antica davvero
come il mondo:
sto qui a pensare a tutta la debolezza
che mi circonda
e, come la domanda, la sento
prima di dirla, prima di essere
banale retorica,
dentro di me.

E qualcuno un giorno ti farà la festa
per andare a raccontarlo
in giro. E lui sì, di sicuro,
avrà qualcosa di intelligente
da dire.

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NOMERCY

Iustum est bellum, Samnites,
quibus necessarium et pia sunt arma
quibus nulla nisi in armis
relinquitur spes.
(Livio, Ann. IX-I,10)

I

Partimmo alla volta di Cipro con l’intento di provocare disordini e tafferugli. Il mattino cigolava felice come le molle di un materasso a ore sotto il peso della barca appoggiata al filo del mare. Tutto sommato una bellissima giornata. Coi gabbiani lassù che volavano felici e gli albatri ancora più su a dirci: 

“Bravi sì,poeti…..navigate, navigate!”

“Se lo chiappo lo inculo.”

Esordisce Telemaco senza fare 1 grinza.

In men che non si dica la costa dell’isoletta felice ci salutava da lontano radiosa e sorridente, immersa nell’azzurro del cielo, del mare. Troppo azzurro, a me non piace un granché, è un colore da pigiama, ma non c’entra. Ci salutava, dicevo, solenne come il famoso bue che guarda i campi liberi e fecondi. Nessun problema, fin qui. Ercole, scroccato un passaggio, governava il guscio di noce con perizia e abilità.

“Ne ho viste io” sospirava, ne aveva viste lui

“Ne ho viste di quelle io” ne aveva viste di quelle lui

“Eh ragazzi   quante ne ho viste” ne aveva viste una cifra

“…sapeste…”

“Ercole?”

“Sì?”

“Vaffanculo!”

Giungemmo quindi allegramente nella baia schiumosa del porto e attraccammo in mezzo ai candidi yachts con culi abbronzati a perizoma di serie. L’Ercole ci sparisce nella boscaglia dopo aver rubacchiato qua e là, poco perché non c’era niente saluta e se ne va dietro a certi affarucci suoi, roba grossa, tipo mostri o mogli incazzate, dei veri draghi comunque.

Telemaco vede le barchette con fica da mezzomiliardo al colpo,esce fuori spalmatissimo d’olio, in braghe corte:

           “Mh…che figgo! quasi quasi mi ti farei!”

“Levati dalle palle Ciccio!”

“Mh…che uomo!” e scendo le scale

“Senti pazza lasciami stare, ho il mal di testa!”

E via e via, siamo in nuca totale, veramente.

Un vecchio grinzato, un lupo di mare diresti, ci guarda camminare splendenti nel mezzogiorno.

Un vecchio uscito da una collezione modamare estate-inverno e mai più rientrato, sicché è rimasto qui, solo. Il vecchio e il mare ci guardano. Il mare sta zitto, il vecchio parla:

            “Minchia carusi! è stato bellissimo, sembrava la pubblicità della vita!”

Il vecchio ci spiega quindi che ormai è tardi, Venere era già nata, già venuta su dalle bianche spume dei flutti, senza un gorgo, un vortice a increspare l’albicante incedere delle onde. Si era alzata come un delicatissimo grilletto sulla fica dell’acqua. Un fiore, candido giglio callipigio-callichioma-callitutta (belloculo-bellicapelli-bellatutta).
E c’era musica, tanta musica, una musica grande e santa come un coro Blues Brothers di neri veri e vestiti male: lei rideva e i neri cantavano, più quella rideva, più loro ci davano dentro. Non mancava niente: fiati, chitarre, tastiere, Ray Charles che rideva:

“Io ridevo dice il vecchio ridevo e cantavo come non facevo dai  

  Mondiali dell’82, 3 a 1 ragazzi, che storia!”

  Probabilmente scherzava.

Comunque la Cipride era già passata e noi non avevamo più un cazzo da fare.
                            “Potremmo darci alla liposuzione!”

dico, indicando una discreta babbiona, calmantisi gli scompensi ormonali con un discreto daiquiri.

                            “No, meglio berci su!”

Carezzai comunque la canna dell’Ak47, mentre dirottavamo verso il bar.

“Cuba Libre!”

“Per due.”

“Grazie.”

Annaffiammo il Cuba con discreti panini all’olio e occhiate alle servette sode sode per niente longilinee, per niente Guess Jeans, che sfarfallavano intorno.

“Tanta robina” la cosa più bella che si può dire.

Ma sbriciolare mollica bianca sul tuo corpo spalmato d’olio, com’è che ti chiami?

“Elena.”giusto.

Sdraiata sul tavolone di legno tra insalate, pomodori e fiaschi di vino. Io apro la bottiglia d’olio e spalmo, lei guarda e ride, bella con quei denti bianchi e sinceri e tutte le curve senza silicone, senza rossetti al cromorubinio con le mani unte sulla pancia mi guarda e ride e si fa sbriciolare il pane addosso. Io tocco fianchi antichi come i colli e gli ulivi immersi nell’aria salata, nel vento che porta storie e ricordi di antichi mortali e mi accendono l’anima per questa battaglia sul desco imbandito del corpo.
Io mi nutro di pelle salmastra e gemiti e olio che cola tra le tue gambe, tra pieghe di muscoli e carne condita dal sole. Io, non so come dirlo, mi inchiavardo dentro di lei al suono dei liuti, al canto delle sirene; dopo mangiamo olive, appiccicosi e sorridenti come due imbianchini gay che si sono spennellati a vicenda. Niente di tutto ciò.
Al terzultimo Cuba finisce tutto. Tra un po’ è quasi pomeriggio finito, quando i raggi si allungano e l’aria è fresca sulla pelle bollente.

Al penultimo Cuba arrivano i fidanzati.

Il biondo cazzone bacia Elena; accarezzo l’Ak47 che gocciola piombo di gioia. All’ultimo Cuba Telemaco dice:

“Pago io e andiamo via.”

”Io l’ammazzo quello.”

“Buono Ciccio, non facciamo casino, è solo una bellissima fica, vera, 

  soda  sincera magari: dove la ritrovi un’altra così? Lascia stare.”

“Ciccio non mi era mai piaciuto tanto, comprendido hombre?”

“Sì, sì tu le vedi, tu ci pensi, t’innamori, ma chi te lo fa fare?”

Nessuno dico io a questo bastardo. C’involiamo verso gli yachts, quanti mostri panciuti pieni di altri mostri panciuti. Facciamoli saltare in aria, ho un Ak47 giusto no? dovrei usarlo per un cazzo di motivo, una giusta causa, per la causa.
Esplodono i serbatoi e loro scappano, buzzoni e troie e noi tiriamo. Alle troie no, quelle le consoliamo dopo,

dai Ciccio,

spacchiamo tutto. L’Ak47 sta zitto. Niente.

Sdraiato sotto il sole evaporo il Cubaron dai pori, il Comandante Ernesto mi guarda con un sorriso e un po’ di disprezzo. Piango un po’. L’Ak47 è un giocattolino in confronto al coso che sto infilando in culo a Elena e lei ride e sorride con me per me di me.

C’è a malapena un Sole tutti i giorni in una sola vita.

Andiamo via.

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Wisdoomtooth (maldidentiblues)

WISDOMTOOTH 
(maldidentiblues) 
  Voglio uno spazzolino da denti 
  disse il ragazzo al farmacista 
  Uno spazzolino, cazzo no. Mi svegli alle tre di notte per uno spazzolino: mica uno viene qui, mi sveglia, magari sto trombando l’infermiera là dietro e ci piglia un colpo, suona il campanello penso  CAZZOUNTOSSICO vuole roba strana, c’ha la ricetta falsa, si discute mi fa paura, vuole siringhe non usate, c’ha la siringa usata e mi minaccia ! ! ! 
 Cazzo chiedi uno spazzolino…vuoi tavor, insuline… 
  No vorrei uno spazzolino, c’ho… 
 Ma m’importa un cazzo quello che c’hai te, almeno un tavor, non dico morfina, ma almeno un tavor cazzo le playgin, qualcosa ti devi pur  volere ! 
  Si, uno spazzolino, è che c’ho il dente del giudizio che m’infiamma e non mi sono portato lo spazzolino. 
  Il dente del giudizio ? 
  Si, se mi lavo i denti mi massaggio la bocca e mi passa il male. 
  Il dente del giudizio ? Ma vaffanculo te con tutto il dente del giudizio,  vaffanculo alle 3 di notte lui c’ha il dente del giudizio; io penso che mi tocca litigare con uno con la scimmia in calo e lui c’ha il dente del giudizio, ma io t’ammazzo brutto stronzo, tossico di merda ! 
  Il ragazzo fa per andarsene e il farmacista gli spara. Alle spalle. Tre colpi precisi e il ragazzo è morto. Il farmacista è un uomo con una sola parola, ha detto “ t’ammazzo brutto stronzo, tossico di merda “ e l’ha fatto. 
  Ora, il ragazzo non era né stronzo né tossico di merda, ma questo  era un suo problema, non del farmacista.

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Italian Hard Boiled

Walk of fame.

That house was too close to the shore
too many grains of humanity
there to remind me
I’m one of them.
Cannot stay too close.

Alchoolic.

Heart is the most important part
of a human being.
I didn’t knock my father down
He was too taught
me too catholic.
So I had to start with something
and heroin was too fashion
and coke is not good for heart
and heart is the most important thing
being a man.

Your ass.

Oh honey, your ass!
Your ass, Holy Shit: your was the ass!
Botticelli’s first fantasy
was me humpting-bumping
in Reinassance your…oh fuck!
Jesus Christ, not so fast!
your ass!

Borderline.

I’m afraid I’m selling everything
trying to see the reef
on the West line
sleeping in a car
eating coffee
waiting Chicanoes pizza dealers
I’m not user but i might abuse you
on a bench close to the higher
bridge those Chineses built
and finnally buy myself a leaf of sand
to die in a land of mine
finally melt like sand in the sand.

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